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Accadde oggi, 14 Giugno 1864: nasce Alois Alzheimer

14 giugno ALZHEIMER1

Laureato in Medicina a 23 anni, lavorò con Nissl e soprattutto Kraepelin, tra i più grandi studiosi del cervello del tempo. Fu quest'ultimo, in suo celebre trattato, a battezzare la "nuova" malattia: Alzheimer

di Daniele Vanni

 

 

Alois Alzheimer nasce il 14 giugno 1864, a Markbreit, piccolo paese della Germania meridionale. Durante la carriera scolastica dimostra qualità eccellenti e particolare propensione per le materie scientifiche: studia medicina inizialmente presso l'università di Aschaffenburg, poi anche a quelle di Berlino, Tubingen e Wurzburg. Si laurea nel 1887, a soli 23 anni.

Viene nominato assistente clinico presso l'Asilo di Stato Irrenanstalt di Francoforte, dove inizia interessarsi e approfondire le ricerche sulla corteccia del cervello umano.

Agli inizi del secolo il nome di Alois Alzheimer assume notorietà per le sue pubblicazioni sull'arteriosclerosi cerebrale. I suoi primi anni di carriera come professore di psicologia in Germania lo portano a lavorare insieme al neurologo Franz Nissl (quello dell’omonima e celebre colorazione istologica). Insieme pubblicano "Histologic and Histopathologic Studies of the Cerebral Cortex", opera in sei volumi.

In cerca di un luogo in cui unire la ricerca e la pratica clinica, Alzheimer diviene assistente ricercatore di Emil Kraepelin (lo psichiatra al quale si devono termini quali parafrenia, demenza precoce, catatonia) presso la Scuola di Medicina di Monaco: qui organizza e dirige un nuovo laboratorio per la ricerca sul cervello.

Nel tempo Alzheimer pubblica molti articoli riguardanti le condizioni e le patologie del cervello, ma è del 1906 la pubblicazione che lo renderà famoso. In una donna di circa 50 anni, Alzheimer identifica una "malattia insolita della corteccia cerebrale", che ha causato perdita di memoria, disorientamento e allucinazioni per arrivare infine alla morte.

Nel 1907, durante la Convenzione psichiatrica di Tubingen, presenta il caso di questa donna, sottolineando come, successivamente ad analisi postmortem, il cervello mostri "una scarsità di cellule nella corteccia cerebrale e gruppi di filamenti localizzati tra le cellule nervose".

Nel 1910 Emil Kraepelin, il più famoso psichiatra di lingua tedesca dell'epoca, ripubblica il suo trattato "Psichiatria": nel suo trattato definisce una nuova forma di demenza scoperta da Alois Alzheimer, chiamandola appunto "malattia di Alzheimer".

Risulta che nella caratterizzazione della malattia abbia avuto un ruolo chiave anche il giovane ricercatore italiano Gaetano Perusini (1879-1915).

Nel 1912, il re Wilhelm II di Prussia lo vuole all'Università di Breslau (oggi Wroclaw, in Polonia) nominandolo professore di Psichiatria e direttore dell'Istituto Neurologico e Psichiatrico. Alzheimer si ammala nel viaggio in treno. Si tratta di una grave forma di sindrome influenzale dalla quale non riuscirà a riprendersi. Muore il 19 dicembre 1915.

La malattia o morbo di Alzheimer è oggi definito come quel "processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, rendendo a poco a poco l'individuo che ne è affetto incapace di una vita normale".

In Italia ne soffrono circa 500 mila persona, nel mondo 18 milioni, con una netta prevalenza di donne.

Allo stato attuale delle conoscenze non esiste una terapia in grado di prevenire o guarire la malattia, il cui decorso dura dagli 8 ai 10 anni. Intervenendo nella fase iniziale è tuttavia possibile agire su quei processi degenerativi che agiscono a livello cerebrale, in modo da rallentare il decorso della malattia.

La malattia è dovuta a una diffusa distruzione di neuroni, causata principalmente da una proteina chiamata betamiloide, che depositandosi tra i neuroni agisce come una sorta di collante, inglobando placche e grovigli "neurofibrillari".

La malattia è accompagnata da una forte diminuzione di acetilcolina nel cervello, sostanza fondamentale per la memoria, ma anche per le altre facoltà intellettive. La conseguenza di queste modificazioni cerebrali è l'impossibilità per il neurone di trasmettere gli impulsi nervosi.

Il vero lavoro del cervello viene svolto da cellule individuali. Un cervello adulto contiene circa 100 miliardi di cellule nervose, dette neuroni, con prolungamenti che si connettono tramite più di 100 trilioni di punti. Gli scienziati chiamano questa fitta rete di diramazioni "foresta neuronale".

I segnali che si trasmettono attraverso la foresta neuronale costituiscono la base di ricordi, pensieri e sensazioni.

 

Neuroni

Nelle fasi iniziali dell'Alzheimer è ancora possibile recuperare i ricordi, che sono solo apparentemente perduti: immagazzinati nel cervello, possono essere 'ripescati' stimolando specifici neuroni nella regione dell'ippocampo. Lo hanno dimostrato i ricercatori del Riken-Mit Center for Neural Circuit Genetics di Cambridge, negli Stati uniti, che sono riusciti a riaccendere la memoria nei topi stimolando il cervello con un raggio di luce, grazie alla tecnica dell'optogenetica finora mai sperimentata sull'uomo.

I risultati, illustrati su Nature, ''rappresentano solo una prova di concetto'', come sottolineano gli stessi autori dello studio, ma dimostrano che il deficit di memoria che si manifesta all'esordio dell'Alzheimer è dovuto soltanto ad un problema nel recupero delle informazioni memorizzate, e non alla loro codificazione o al loro immagazzinamento, aprendo così la strada a nuove terapie.

Il 'ripescaggio' dei ricordi nel cervello è azionato da piccoli bottoncini (le cosiddette 'spine dendritiche') che connettono fra loro i neuroni e che sbocciano come germogli ogni volta che uno stimolo esterno fa rivivere un'esperienza ridando vita ad un ricordo. Nei malati di Alzheimer queste spine dendritiche tendono a diminuire nel tempo, rendendo il ricordo sempre più spento. L'esperimento condotto sui topi, però, dimostra che possono essere nuovamente stimolate a crescere. I ricercatori lo hanno fatto grazie all'optogenetica, una rivoluzionaria tecnica di controllo dell'attività cerebrale che consente di usare un fascio di luce per accendere e spegnere a comando specifici neuroni manipolati geneticamente per essere sensibili alla luce.

Grazie ad un'intensa stimolazione, i ricercatori sono riusciti a riportare il numero di spine dendritiche allo stesso livello dei topi sani, ripristinando la memoria per sei giorni. La stessa tecnica non può ancora essere applicata sull'uomo, perché troppo invasiva, ma in futuro potranno essere sviluppate nuove strategie di stimolazione ultra-precisa per ottenere risultati simili a quelli visti nei topi.

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